A Roberto. In Memoria.
17 junio 2011
Questo blog ha come sottotitolo “le storie che sfuggono alla velocità della notizia”.
Ma questa storia, perchè è una storia e non una notizia, non sfugge, né può farlo. Sono passati poco più dieci giorni da quando appena sveglia il 20 maggio ho saputo della morte di Roberto Morrione.
Da allora non riesco a non pensarci. Ho rimandato ogni giorno e alla fine oggi ho deciso di scrivere. E di scrivere in italiano, come non faccio ormai da tempo. Scrivendo conobbi Morrione nel gennaio del 2002. Lo avevo visto in facoltà a Roma in una lezione a Scienze della Comunicazione e più tardi decisi di intervistarlo per completare una tesina du RaiNews24 che stavo preparando. Abituata ai tanti ‘no’, ‘vediamo’, ‘richiami più tardi’ del giornalismo nostrano, non immaginavo che mi avrebbe ricevuta quasi immediatamente. Lo fece nella sua redazione, a Saxa Rubra. Ricordo perfettamente il momento della presentazione, il mio imbarazzo al momento di tirar fuori il registratore, la lista di domande che avevo preparato e l’amabilità con cui rispose a tutte con l’attenzione e la precisione di chi ti prende sul serio anche se sei una appena ventenne alle prese con un esame…da allora, Roberto Morrione fu, senza saperlo, uno degli esempi a seguire. Non è questione di usare frase retoriche, fu cosí e basta. Lo fu per quello che avevo letto su di lui, ascoltato nelle conferenze, per le inchieste che sotto la sua direzione RaiNews24 produsse (come quella mitica di Sigfrido Ranucci sul fosforo bianco a Falluja).
E fu per questo che quando molti anni dopo ebbi la possibilità di lavorare con lui, accettai senza esitare. Era il sogno di lavorare con una delle persone che più avevo stimato professionalmente. Si trattava di mettere in piedi il sito di Liberainformazione. Roberto guidava un piccolo gruppo di ragazzi tra i quali c’ero anche io. Però l’esperienza per decisione mia e ragioni che non vengono al caso, finí per me appena due mesi dopo. Quando lo dissi a Roberto (sbagliando i tempi e i modi) si arrabbió molto. Mi fece quella che si dice una bella “strigliata”. Aveva creduto in me e lo avevo deluso. Io, che avevo visto l’umiltà e la dolcezza con cui ogni giorno veniva nella sede per mettere in marcia il progetto, non gli dissi la verità.
Inventai che me ne andavo perchè avevo ricevuto un’offerta migliore (cosa ahimé non vera… andavo a lavorare in una rivista con un contratto part-time dove le prospettive e i guadagni non erano affatto migliori) perchè non ritenni opportuno spiegargli le mie ragioni. Credetti che non le avrebbe capite ed il rispetto che avevo per lui era troppo grande. Sbagliai. Sbagliai immensamente. L’onestà intellettuale che era la dote principale di uno dei migliori giornalisti che l’Italia ricordi, gli avrebbe permesso di capire. Sempre ho pensato che avrei avuto modo di spiegarmi, prima o poi. E invece il tempo è passato, la vita mi ha portato in altri posti e la malattia che diagnosticarono a Roberto pochi mesi dopo il mio passaggio a Liberainformazione se l’è portato via.
Non so che penserebbero (e penseranno se dovessero leggere questa mia) i compagni di quella per me breve avventura. Chissà che non ho molto diritto a scrivere in memoria di Roberto. E forse hanno ragione, ma tant’è. Credo che a lui avrebbe fatto piacere. Quando seppi della sua malattia, gli scrissi una mail, poche righe, timorose (non ci eravamo lasciati benissimo, come si dice…), per chiedergli come stava, come andavano le cose, per dirgli che anche se su binari diversi cercavo di seguire la strada indicata. Mi rispose con quella pacatezza e quella dolcezza che sempre trapelavano dietro gli occhiali grandi, lo sguardo che a volte si faceva severo e il sorriso che emergeva dai suoi grandi baffi. “Per la mia salute non è un periodo fortunato: sembra che abbia voluto allinearsi al quadro generale del Paese, mai stato così inquietante…Sono comunque le cose della vita e bisogna guardare sempre in avanti, con fiducia e determinazione”, mi scrisse. Guardare sempre avanti, con fiducia e determinazione. Mi raccontava di come seguiva a Liberainformazione e del premio Alpi e di come doveva inserire gli impegni nella programmazione delle cure di chemio. Chiudeva il testo augurandomi che il lavoro andasse bene e in linea alle “tue aspettative”. “Non mancheranno altre occasioni di collaborazione su percorsi che non sono certo dissimili”. Mi piacerebbe cosí tanto che fosse stato cosí. Mi piacerebbe tanto poter dire, avendone la certezza, che il percorso che sto seguendo non è dissimile. E spero che, anche se non ho avuto il tempo di dirglielo di persona, Roberto sappia che ho cercato e cerco di tener presente l’esempio che ha dato a me ma soprattutto alle decine di persone che in questi anni hanno condiviso con lui l’impegno che ogni giorno metteva per cercare di fare dell’Italia un paese migliore.
Quando stanotte ho visto i video del suo funerale, la camera ardente a Palazzo Valentini, le parole della figlia Gaia e dei colleghi, mi son sentita in colpa per non essere lì in mezzo. E’ parte del prezzo che si deve pagare. Come le lacrime che non smettono di scendermi giù per il viso.
Grazie, Roberto.
Ps: il post lo pubblico ora, dopo due settimane di “decantazione” dalla notte in cui lo scrissi…
Pd: Esta entrada de momento solo está escrita en italiano.
Morire di fabbrica nel secolo XXI
29 septiembre 2010
Questa sí è una di quelle storie che scappano alla rapidezza, sempre più rapida, delle notizie. Lunedí mattina la stampa italiana informava molto brevemente della morte de due cittadini cinesi nell’incendio di una fabbrica di mobili dove lavoravano…e vivevano. Una storia con pochi dettagli, come è abituale che siano últimamente questo genere di storie nella stampa. Sembra che le fiamme divorarono lo stabilimento di Mugió, in provincia di Monza e Crianza, nel cuore del cosiddetto nord productivo. Una fabbrica a “conduzione familiare” per quello che si sa. Gran parte degli operai che dormivano sui materassi tirati al suolo sono riusciti a scappare. Però per due di loro non c’è stata via d’uscita: i pompieri li hanno trovati i corpi carbonizzati in mezzo ai resti dell’edificio. E’succeso altre volte e altre volte succederà, temo. Elocuente il titolo del Manifesto: “Nessuna via d’uscita per gli schiavi del Secolo XXI”.
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Esta sí es una de aquellas historias que se escapan a la rapidez, cada vez más rápida, de las noticias. El lunes por la mañana la prensa italiana informaba muy brevemente de la muerte de dos ciudadanos chinos en el incendio de la factoría industrial en la que trabajaban…y vivían. Una historia con pocos detalles, como suelen ser últimamente estos tipos de noticias en la prensa. Lo que parece es que las llamas devoraron una fábrica de muebles en Mugió, en provincia de Monza y Crianza, el corazón del llamado norte productivo. Una fábrica familiar, por lo que se sabe. Algunos de los empleados que dormían en colchones tirados en una de las dos plantas de la estructura consiguieron escaparse. Pero para dos de ellos no hubo salida…los bomberos encontraron sus cuerpos calcinados en medio de los restos del edificio. Ha pasado otras veces y pasará más veces, me temo…Elocuente el titular del periódico Il Manifesto: “Ninguna vía de escape para los esclavos del Siglo XXI”.
Smile
18 diciembre 2009
Esta vez la entrada será breve y esencial. Buseando en mi ordenador me topé con el file de Smile…Sé quien lo ha puesto en él. Alguien tan maravilloso como las notas y las letras de esta canción.
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Questa voltail post è breve e essenziale. Vagando per il mio computer ho incontrato il file di Smile…So chi ce l’ha messo. Una persona meravigliosa come le note e le parole della canzone.
Il mio sud e Saviano…Mi sur y Saviano
18 septiembre 2009
Ayer por la noche, ya la madrugada de hoy, acabé el post con amargura. La misma que he reconocido en las palabras de Roberto Saviano en su comentario de hoy sobre el atentado de Afganistán publicado por La Repubblica. Aunque él con mejores palabras, hablamos de la misma rabia.
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Ieri notte, già oggi, ho chiuso il post con amarezza. La stessa che ho letto nelle parole di oberto Saviano nel commento all’attentato in Afghanistan pubblicato dalla Repubblica. Lui lo fa con parole migliori, peró parliamo della stessa rabbia.
Un inicio…Un inizio
8 junio 2009
Hola a todos y bienvenidos.
Desde hoy intentaré utilizar este espacio para contar y guardar todas las historias, las anécdotas, las consideraciones que quedan fuera en el trabajo del día a día…
Una de las quejas más frecuentes entre los periodistas es que no todo lo que se quiere contar cabe en las columnas, en los minutos, en los espacios que te dan. Y la otra es que siempre hay menos espacio y tiempo para contar historias. Historias que puedan explicar, por ejemplo, los números rojos de la economía mejor que los datos del PIB, o que puedan acercarnos a países lejanos mejor que los viajes last-minute. Quizá el intento sea pretencioso pero ésta es mi vía de escape.
Lo haré en castellano, mi idioma de adopción, y en italiano, mi lengua materna.
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Ciao a tutti e benvenuti.
Da oggi userò questo spazio per raccontare e conservare tutte le storie, gli aneddoti e le considerazioni che restano fuori nel lavoro di ogni giorno.
Una delle lamentele più frequenti tra i giornalisti è che non tutto quello che si vorrebbe raccontare entra nelle colonne, nei minuti, negli spazi che ti sono dati. Un’altra è che c’è sempre meno spazio e tempo per raccontare storie. Storie che possano spiegare, per esempio, i numeri rossi dell’economia meglio dei dati del Pil o che possano avvicinarci a paesi lontani meglio dei viaggi last-minute. Forse il tentativo è un tantino pretenzioso ma è la mia via di uscita.
Scriverò in spagnolo, la mia lingua d’adozione, e in italiano, la lingua madre.
