Il 19 novembre del 2001 moriva in un agguato in Afghanistan Maria Grazia Cutuli, inviata dal Corriere della Sera a coprire una guerra di cui anconra non si vede la fine. Insieme alla giornalista italiana morirono nello stesso agguato l’inviato del quotidiano El Mundo, Julio Fuentes, il reporter australiano Harry Burton e l’operatore afgano Azizullah Haidari, di Reuters. Il Corriere aveva appena pubblicato un reportage di Maria Grazia su un deposito di gas nervino in una base abbandonata dai terroristi di Al Qaeda.

Quando morì Maria Grazia aveva 39 anni.

La notizia della sua morte arrivó poco prima di una lezione all’università. Storia della Radio e della Televisione. Io che allora avevo ventuno anni chiesi al professore di fare un minuto di silenzio. Non ricordavo il suo nome – all’epoca leggevo solo La Repubblica e, più raramente, Il Manifesto – però il suo volto, lo sguardo intenso che emergeva dalle fotografie mi furono subito familiari.

Otto anni dopo, mi piace ricordarla con una delle tante foto pubblicate dal sito della Fondazione che porta il suo nome, e che la ritrae poche settimane prima della sua morte, sorridente, mentre fa il mestiere più bello del mondo.

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gervasio_sanchez

“Si estás en contacto con el sufrimiento tienes que acabar golpeado y dolido por ese sufrimiento. Es algo que a los periodistas nos llena de incertidumbres, pero es importante saber que no somos ajenos y no estamos aquí de paseo”.

Después de mucho tiempo vuelvo para homenajear a Gervasio Sánchez, un gran fotorreportero que esta semana ha recibido el Premio Nacional de Fotografía. La frase aquí arriba es suya y me parece una gran definición de periodismo. Tengo que decir que antes de mi llegada a Madrid, por uno de mis muchos desconocimientos, no conocía el nombre ni la obra de Sánchez. La primera vez que me topé con él fue en el blog de Ramón Lobo, que desde entonces no he parado de leer.

“Se stai a contatto con la sofferenza devi finire colpito e ferito da questa sofferenza. È qualcosa che come giornalisti ci riempie di incertezza, ma è importante sapere che non possiamo essere distanti e non siamo qui per passeggiare”.

Dopo molto tempo torno per rendere omaggio a Gervasio Sánchez, un gran fotoreporter che questa settimana ha ricevuto il Premio Nazionale di Fotografia in Spagna. La frase qui sopra è sua e mi sembra una gran definizione di giornalismo. Devi dire che prima del mio arrivo a Madrid, per una delle mie molte ignoranze, non conoscevo né il nome né il lavoro di Sánchez. La prima volta che ne ebbi notizia fu grazie al blog di Ramón Lobo, che da allora non ho smesso di leggere.

Domenico il 25 giugno stava giovando a calcio con suo padre. Una partita di calcetto, come quelle che si cominciano a giocare quando fa bel tempo. La partita che alcuni sicari avevano scelto per uccidere un giovane di nome Gabriele Marrazzo. Per farlo hanno sparato all’impazzata contro tutti quelli che si trovavano nel campetto. Domenico è rimasto gravemente ferito. E’ rimasto in coma tutto questo tempo e stasera è morto.
Tutto questo a Crotone. Non a Kabul, né a Mogadiscio. A Crotone. Dove la gente puó morire perchè si trova in un campetto di calcio una sera d’estate.

Domenico el 25 de junio estaba jugando con su padre al fútbol. Un partido de los que se organizan cuando empieza a hacer buen tiempo. El partido que unos sicarios eligieron para matar a un joven de nombre Gabriele Marrazzo. Para hacerlo dispararon contra todos los que estaban en el campo de juego. Domenico resultó herido grave. Desde entonces se ha quedado en estado de coma y hoy ha muerto. Todo esto a Crotone. Ni a Kabul, ni a Mogadiscio. A Crotone. Donde la gente puede morir por encontrarse en un campo de fútbol en una noche de verano.

Ayer por la noche, ya la madrugada de hoy, acabé el post con amargura. La misma que he reconocido en las palabras de Roberto Saviano en su comentario de hoy sobre el atentado de Afganistán publicado por La Repubblica. Aunque él con mejores palabras, hablamos de la misma rabia.

Ieri notte, già oggi, ho chiuso il post con amarezza. La stessa che ho letto nelle parole di oberto Saviano nel commento all’attentato in Afghanistan pubblicato dalla Repubblica. Lui lo fa con parole migliori, peró parliamo della stessa rabbia.

Ci sono giorni in cui ti sale una nostalgia che non sai spiegare. Sarà il freddo improvviso in una giornata di fine estate, una canzone triste che non ti si toglie dalla testa, una notizia che ti arriva senza avvisare e che non sai decifrare. Oggi è un giorno di questi. Ed è cominciato con la notizia dell’ennesimo attentato in Afghanistan. Un attacco suicida contro un convoglio delle forze della Nato a Kabul. Sei soldati italiani e dieci cittadini afgani morti. In questa guerra che non è una guerra ma si chiama missione di pace, in cui si celebrano elezioni che servono solo a far tacere le coscienze occidentali, ogni attacco è la ripetizione dello stesso triste teatrino. Cordoglio, orgoglio per le nostre truppe, dolore per la popolazione locale. Sempre lo stesso triste rosario. E polemiche, sterili e immense polemiche.

Dei civil afgani come sempre restano solo le foto di disperazione dei parenti. I loro nomi, i nomi di gente che si trovava a passare e ha trovato la morte, non li sapremo mai. Quelli dei soldati italiani li conosciamo invece. I loro cognomi e le loro città di origine sono come un dejá vu. Quello più a nord era di Viterbo. Poi Napoli, Salerno, Oristano, Potenza…

Non ho potuto fare a meno di pensare al reportage che non ho mai scritto pur avendo sempre avuto molto chiaro il titolo: “Addio Calabria sporca, vado in Afghanistan”. Pensavo di scriverlo intervistando tutte le persone che nel mio paesino d’origine di appena 4.000 anime si sono arruolate negli ultimi anni e che sono partite “in missione”. Kosovo, Iraq, Afghanistan. Ogni tanto, nelle ormai rare occasioni in cui torno, mi faccio raccontare i nuovi arruolamenti. Più alto è l’indice maggiore è il segnale del degrado del paese. Perchè se la fuga verso l’esercito si era fermata per alcuni anni, ora è ripresa a ritmi da anni Settanta. E’ come se l’orologio fosse tornato indietro. Portandosi con sé le speranze di miglioramento, le ambizioni e, in qualche caso, la vita di molti giovani meridionali.

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Hay un tiempo para los chistes, un tiempo para el humor negro, para las tiritas que con una sonrisa amarga iluminan la realidad. Pero hay también un tiempo para el silencio y la reflexión. Lo que está pasando en Italia con la entrada en vigor del delito de inmigración clandestina es el último resultado de una política-espectáculo hipócrita y sin valor. Ojalá no se pierda la memoria de lo que hemos sido. Pueblo de emigrantes que sigue emigrando…

Mi abuelo Armando estuvo de minero en Bélgica. Como los 136 italianos que murieron en la mina de Marcinelle el 8 de agosto de 1956.

Aquí la maravillosa Una miniera (una mina) de los New Trolls, un mito del rock italiano de los setenta. La canción es de 1969.

C’è un tempo per le battute, uno per l’umorismo nero, uno per le vignette che con un sorriso amaro illuminano la realtà. Ma c’è un tempo anche per il silenzio e la riflessione. Quello che sta succedendo in Italia con l’entrata in vigore del reato di clandestinità è solo l’ultimo risultato di una politica-spettacolo ipocrita e senza valore.

Che non si perda la memoria di quello che siamo stati. Un popolo di emigranti che continua a emigrare…

Mio nonno Armando lavorò come minatore in Belgio. Come i 136 italiani che morirono l’8 agosto del 1956 nella miniera di carbone di Marcinelle.

Per chi la ricorda, e per chi no, la splendida Una Miniera dei New Trolls.

El mundo en la mano

25 Julio 2009

No me gusta escribir artículos en primera persona. Pero cuando, hace un mes, tuve que entregar un reportaje para la escuela, creo que, por primera vez, me costó mucho escribir en tercera lo que quería contar de mi día pasado con Carlos. Desde hace tiempo que quería escribir este post pero lo he dejado allí, a reposar. Por fin llego, después de un mes de silencio, y la mejor manera de retomar la senda es contar la historia de Carlos. Antes de ponerme a escribir he releído lo que tenía guardado en una de las desordenadas carpetas de mi ordenador. Tengo un borrador en primera persona y una versión oficial. La que pongo aquí es una mezcla de las dos. Y está escrita en primera persona. Un homenaje a Carlos y a lo que me enseñó.  Ah, este post sale de momento sólo en castellano. Porque ya es muy, muy largo. Pero también porque así nació y porqué Carlos, si podrá leerlo, lo tendrá más fácil.

En esta entrevista mi acento italiano no se nota. Ni se nota si llevo una chaqueta o voy más deportiva. Porque el mundo de Carlos no lo pintan ni los sonidos ni las imágenes. Él vive en la yema de sus dedos. Como otras 6.000 personas en España, Carlos es sordociego. Una realidad invisible la de una discapacitad que hasta hace tres años ni siquiera estaba reconocida con una definición propia. Las personas como Carlos o eran sordas o eran ciegas y su condición era considerada como la suma de la ceguera y de la sordera. Sin serlo. Porque lo que queda de un mundo sin sonidos ni imágenes no es el resultado de una pura resta.

Jesús describiéndole a Carlos la Plaza Mayor

Jesús describiéndole a Carlos la Plaza Mayor

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La noticia salió en el diario la Repubblica el pasado 13 de junio…desde entonces ha continuado a flotar en mi cabeza. El Ayuntamiento de Milán ha decidido que los hijos de los inmigrantes que no tienen los papeles en regla, no tienen derecho a las colonias de verano.

Como se lee en el artículo escrito por Zita Dazzi, si estos niños pueden asistir a las clases de la escuela obligatoria, organizada por el Estado, no pueden hacerlo – según el Ayuntamiento de Milán – en actividades recreativas y facultativas. Así, los hijos de los inmigrantes que van a clase durante el año, en julio tienen que quedarse en casa.

No es la primera vez que el Ayuntamiento aprueba estos tipos de normas. El año pasado intentó bloquear el acceso a la escuela infantil a los niños de los inmigrantes sin papeles…Pero la intervención de la fiscalía de Milán impidió que la norma colara

Esta última decisión me parece ahora otra evidente expresión de la ruina del tejido socio-cultural italiano. El encarnizamiento de los “italiani brava gente” sobre los inmigrantes ya ha sobrepasado todos los limites que la moral cattomediterranea impone: los niños no se tocan. Ahora ya se tocan también los niños.

Sono passati un po’ più di dieci giorni…ma la notizia che avevo letto sulla Repubblica il 13 giugno è rimasta a galleggiare nella testa….Il Comune di Milano ha deciso che i figli degli immigrati non in regola con i documenti non hanno diritto alle colonie estive. Come si legge nell’articolo di Zita Dazzi,

“Per partecipare al programma ‘Estate vacanza’ servono il  ‘permesso di soggiorno in regola con la normativa vigente, la fotocopia del documento di identità e del codice fiscale dei genitori’. A differenza delle lezioni durante l’anno, che sono considerate scuola dell’obbligo e sono organizzate dallo Stato, le attività educative e ricreative offerte a luglio, agosto e settembre, nelle scuole e nelle altre strutture comunali, sono servizi facoltativi, integrativi, gestiti dal Comune. Quindi, paradossalmente, ci sono bimbi immigrati che vanno a scuola durante l’anno, ma che a luglio devono restare a casa”.

L’anno scorso il comune ci aveva già provato con l’esclusione dei figli degli immigrati dalle scuole materne…Poi aveva dovuto fare marcia indietro dopo l’intervento del Tribunale di Milano…

Quando ho letto la notizia l’ho trovata l’ennesima espressione della lacerazione del tessuto sociale italiano. L’accanimento degli “italiani brava gente” sugli immigrati ha ormai passato i limiti che la morale cattomediterranea impone: i bambini non si toccano. Ormai si toccano anche i bambini.

Mi triste Italia

16 Junio 2009

Leggo oggi la lunga riflessione di Juan Arias publicata ieri su El País… Si intitola Mi triste Italia. La leggo in un momento di calma in questa giornata grigia di Madrid e mi sale un nodo alla gola. Non ci sono altri commenti da fare, né parole da aggiungere: le domande che Arias si fa sono quelle che mi sono fatta tante volte… Qualche anno fa  (che per me significa gli inizi della mia formazione di un’idea del mondo…) si scherzava sul fatto che primo o poi avremmo detto che “era meglio la DC”, la Democrazia Cristiana. Adessso già non è più uno scherzo.

Arias con la sua analisi così esatta mi ha fatto tornare in mente una canzone di Franco Battiato. “Povera patria…”. Le parole sono splendide. È del 1991 ma sembra scritta ieri. Il video è tratto dal concerto del 1992 in memoria di Falcone e Borsellino, uccisi dalla mafia.

Leo hoy la reflexión de Juan Arias publicada ayer por El País, Mi triste Italia. La leo en un momento de tranquilidad en este día gris de Madrid y acabo con un nudo en la garganta. No hace falta añadir comentarios: las preguntas que Arias se hace son las mismas que me he hecho muchas veces. Hace unos años (que para mí significa el comienzo de mi formación de una idea del mundo) bromeábamos diciendo que, tarde o temprano, acabaríamos reconociendo que “la DC (la Democracia Cristiana) era mejor”. Ya no es una broma.

Arias con su análisis tan preciso me ha recordado las palabras de una canción de Franco Battiato, “Pobre Patria”. Es de 1991 pero parece escrita ayer. En el video una actuación en 1992 en un concierto en memoria de los jueces Falcone y Borsellino asesinatos por la mafia.

Aquí abajo la letra de la canción en castellano.

Pobre Patria

Mi pobre Patria, aplastada por abusos del poder
de gente infame que no conoce el pudor,
se creen los dueños todopoderosos
y piensan que les pertenece todo.
Los gobernantes, cuantos perfectos inútiles bufones
en esta tierra que el dolor ha devastado
¿acaso no sentís nada de pena
ante esos cuerpos tendidos sin vida?
No cambiará, no cambiará
no cambiará, quizá cambiará.
Y como excusarlos, las hienas de la prensa y las de los estadios
chapoteando en el fango como cerdos. 

La de L. es una de aquellas historias que tienen todas las tres D que, como dice Miguel Angel Bastenier, hacen una historia: Drama, Dinero y Diversión.
El drama: haber decidido mudarse a España para buscarse la vida justo cuando comenzó la crisis, y haberse quedado sin un duro y sin trabajo, con una pareja y una hija de dos años en Cali que no sabe quien es su padre.
El dinero: el que no tiene y que se gastó para llegar a España y comprar el permiso de residencia casándose con una mujer que no es su mujer aunque lo sea para la ley de extranjería y el Estado español.
La diversión: la de los chistes que hace con sus amigos colombianos esperando en un rincón de la periferia sur de Madrid que alguien pase a ofrecer una jornada de trabajo.
Este rincón es la Plaza Elíptica, uno de los mercados de la mano de obra barata e ilegal que alimentan las obras en la Comunidad de Madrid. Es aquí donde conocí a L. hace dos semanas. Su historia no acabo en mi “pieza”. Y tampoco lo hizo todo lo que aprendí de L. en las pocas horas que pasé con él. (sigue con la versión italiana al final…)

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