En Madrid nieva sin cesar desde hace cinco horas. Pero la noche me parece aún más fría hoy. Una oleada de frio intenso y seco que me llega a través de los comentarios de los lectores, de los editoriales, de las noticias que llegan desde un pueblo a centenares de kilómetros de aquí. Desde Rosarno. Desde Calabria. Este blog se llama “cuenta cuentos” pero empiezo a darme cuenta que siempre hay cuentos tristes y más si hablan de Calabria. Es una culpa que asumo pero de la que no me excuso. El cuento hoy es más triste que nunca. Y amargo. Como las naranjas cuando se recogen demasiado pronto. O demasiado tarde. Las naranjas que puntean la Piana di Gioia Tauro, que una vez más ha hecho hablar de sí por algo que no sirve para enorgullecerse. La caza a los inmigrantes africanos que se ha desencadenado estos días es de lo más triste que me ha tocado comentar sobre Calabria. Hace años que en la prensa salen periódicamente reportajes y reportajes sobre cómo vivía esta pobre gente que va a recoger el oro de la Piana por 1 euro por caja, viviendo en condiciones infrahumanas como desechos a perder una vez acabada la campaña. Aquí por si alguien todavía no ha leído o visto nada, hay unos buenísimos reportajes de Gabriele Del Grande y un servicio de la BBC de hace un año.
Son imágenes que duelen. Y más porque es Rosarno. La tierra donde en los años Sesenta los jornaleros se rebelaron a las condiciones de semi-esclavitud a las que les obligaban los padrones; que protagonizaron la lucha por los derechos laborales y fueron capaces de hacerse elegir en el Parlamento, como Mommo Tripodi, histórico líder sindical que aún hoy defiende la dignidad de lo que fue la Piana.
De lo que fue y de lo que nunca fue. La Piana de las promesas olvidadas sobre las que la ‘ndrangheta, la mafia calabresa, ha construido su poder, haciendo de paraEstado allí donde el Estado no estaba. La Piana donde tenía que nacer el nuevo Polo industrial del Sur de Italia. De estas promesas quedan las reliquias de la ex Opera Sila – el Ente que tenía que impulsar el desarrollo rural de la región y que en mi memoria siempre ha sido asociado al degrado de construcciones en medio de la nada que vi de pequeña en la provincia de Crotone – y de otros elogios al derroche de fondos públicos como las fabricas abandonadas en las que dormían los inmigrantes de Rosarno.
Me parece que hemos olvidado de dónde venimos. Pero hoy lo que más me duele es que no tenemos ni idea de hacia dónde estamos yendo. (Segue in ITALIANO)

A Madrid nevica da cinque ore. Però la notte sembra ancora più fredda oggi. Un’ondata di un freddo intenso e secco mi arriva attraverso i commenti dei lettori, degli editoriali, delle notizie che si stanno scrivendo su un paese a centinaia di chilmetri da qui. Da Rosarno. Dalla Calabria. Questo blog si chiama “cuenta cuentos” ma comincio a rendermi conto che quasi sempre sono racconti tristi sopratutto se parlano della Calabria. E’ una colpa che ammetto ma della quale non mi scuso.
Il racconto di oggi è più triste che mai. E amaro. Come le arance che si raccolgono troppo presto. O troppo tardi. Le arance che punteggiano la Piana di Gioia Tauro, che una volta di più ha fatto parlare di sé in un modo che non inorgoglisce. La caccia agli immigrati africani che si è scatenata in questi giorni è tra le cose più tristi che mi è capitato di commentare.

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Smile

18 Diciembre 2009

Esta vez la entrada será breve y esencial. Buseando en mi ordenador me topé con el file de Smile…Sé quien lo ha puesto en él. Alguien tan maravilloso como las notas y las letras de esta canción.

Questa voltail post è breve e essenziale. Vagando per il mio computer ho incontrato il file di Smile…So chi ce l’ha messo. Una persona meravigliosa come le note e le parole della canzone.

Il 19 novembre del 2001 moriva in un agguato in Afghanistan Maria Grazia Cutuli, inviata dal Corriere della Sera a coprire una guerra di cui anconra non si vede la fine. Insieme alla giornalista italiana morirono nello stesso agguato l’inviato del quotidiano El Mundo, Julio Fuentes, il reporter australiano Harry Burton e l’operatore afgano Azizullah Haidari, di Reuters. Il Corriere aveva appena pubblicato un reportage di Maria Grazia su un deposito di gas nervino in una base abbandonata dai terroristi di Al Qaeda.

Quando morì Maria Grazia aveva 39 anni.

La notizia della sua morte arrivó poco prima di una lezione all’università. Storia della Radio e della Televisione. Io che allora avevo ventuno anni chiesi al professore di fare un minuto di silenzio. Non ricordavo il suo nome – all’epoca leggevo solo La Repubblica e, più raramente, Il Manifesto – però il suo volto, lo sguardo intenso che emergeva dalle fotografie mi furono subito familiari.

Otto anni dopo, mi piace ricordarla con una delle tante foto pubblicate dal sito della Fondazione che porta il suo nome, e che la ritrae poche settimane prima della sua morte, sorridente, mentre fa il mestiere più bello del mondo.

(sigue versión en español) Read the rest of this entry »

gervasio_sanchez

“Si estás en contacto con el sufrimiento tienes que acabar golpeado y dolido por ese sufrimiento. Es algo que a los periodistas nos llena de incertidumbres, pero es importante saber que no somos ajenos y no estamos aquí de paseo”.

Después de mucho tiempo vuelvo para homenajear a Gervasio Sánchez, un gran fotorreportero que esta semana ha recibido el Premio Nacional de Fotografía. La frase aquí arriba es suya y me parece una gran definición de periodismo. Tengo que decir que antes de mi llegada a Madrid, por uno de mis muchos desconocimientos, no conocía el nombre ni la obra de Sánchez. La primera vez que me topé con él fue en el blog de Ramón Lobo, que desde entonces no he parado de leer.

“Se stai a contatto con la sofferenza devi finire colpito e ferito da questa sofferenza. È qualcosa che come giornalisti ci riempie di incertezza, ma è importante sapere che non possiamo essere distanti e non siamo qui per passeggiare”.

Dopo molto tempo torno per rendere omaggio a Gervasio Sánchez, un gran fotoreporter che questa settimana ha ricevuto il Premio Nazionale di Fotografia in Spagna. La frase qui sopra è sua e mi sembra una gran definizione di giornalismo. Devi dire che prima del mio arrivo a Madrid, per una delle mie molte ignoranze, non conoscevo né il nome né il lavoro di Sánchez. La prima volta che ne ebbi notizia fu grazie al blog di Ramón Lobo, che da allora non ho smesso di leggere.

Domenico il 25 giugno stava giovando a calcio con suo padre. Una partita di calcetto, come quelle che si cominciano a giocare quando fa bel tempo. La partita che alcuni sicari avevano scelto per uccidere un giovane di nome Gabriele Marrazzo. Per farlo hanno sparato all’impazzata contro tutti quelli che si trovavano nel campetto. Domenico è rimasto gravemente ferito. E’ rimasto in coma tutto questo tempo e stasera è morto.
Tutto questo a Crotone. Non a Kabul, né a Mogadiscio. A Crotone. Dove la gente puó morire perchè si trova in un campetto di calcio una sera d’estate.

Domenico el 25 de junio estaba jugando con su padre al fútbol. Un partido de los que se organizan cuando empieza a hacer buen tiempo. El partido que unos sicarios eligieron para matar a un joven de nombre Gabriele Marrazzo. Para hacerlo dispararon contra todos los que estaban en el campo de juego. Domenico resultó herido grave. Desde entonces se ha quedado en estado de coma y hoy ha muerto. Todo esto a Crotone. Ni a Kabul, ni a Mogadiscio. A Crotone. Donde la gente puede morir por encontrarse en un campo de fútbol en una noche de verano.

Ayer por la noche, ya la madrugada de hoy, acabé el post con amargura. La misma que he reconocido en las palabras de Roberto Saviano en su comentario de hoy sobre el atentado de Afganistán publicado por La Repubblica. Aunque él con mejores palabras, hablamos de la misma rabia.

Ieri notte, già oggi, ho chiuso il post con amarezza. La stessa che ho letto nelle parole di oberto Saviano nel commento all’attentato in Afghanistan pubblicato dalla Repubblica. Lui lo fa con parole migliori, peró parliamo della stessa rabbia.

Ci sono giorni in cui ti sale una nostalgia che non sai spiegare. Sarà il freddo improvviso in una giornata di fine estate, una canzone triste che non ti si toglie dalla testa, una notizia che ti arriva senza avvisare e che non sai decifrare. Oggi è un giorno di questi. Ed è cominciato con la notizia dell’ennesimo attentato in Afghanistan. Un attacco suicida contro un convoglio delle forze della Nato a Kabul. Sei soldati italiani e dieci cittadini afgani morti. In questa guerra che non è una guerra ma si chiama missione di pace, in cui si celebrano elezioni che servono solo a far tacere le coscienze occidentali, ogni attacco è la ripetizione dello stesso triste teatrino. Cordoglio, orgoglio per le nostre truppe, dolore per la popolazione locale. Sempre lo stesso triste rosario. E polemiche, sterili e immense polemiche.

Dei civil afgani come sempre restano solo le foto di disperazione dei parenti. I loro nomi, i nomi di gente che si trovava a passare e ha trovato la morte, non li sapremo mai. Quelli dei soldati italiani li conosciamo invece. I loro cognomi e le loro città di origine sono come un dejá vu. Quello più a nord era di Viterbo. Poi Napoli, Salerno, Oristano, Potenza…

Non ho potuto fare a meno di pensare al reportage che non ho mai scritto pur avendo sempre avuto molto chiaro il titolo: “Addio Calabria sporca, vado in Afghanistan”. Pensavo di scriverlo intervistando tutte le persone che nel mio paesino d’origine di appena 4.000 anime si sono arruolate negli ultimi anni e che sono partite “in missione”. Kosovo, Iraq, Afghanistan. Ogni tanto, nelle ormai rare occasioni in cui torno, mi faccio raccontare i nuovi arruolamenti. Più alto è l’indice maggiore è il segnale del degrado del paese. Perchè se la fuga verso l’esercito si era fermata per alcuni anni, ora è ripresa a ritmi da anni Settanta. E’ come se l’orologio fosse tornato indietro. Portandosi con sé le speranze di miglioramento, le ambizioni e, in qualche caso, la vita di molti giovani meridionali.

(sigue la versión en español)

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Hay un tiempo para los chistes, un tiempo para el humor negro, para las tiritas que con una sonrisa amarga iluminan la realidad. Pero hay también un tiempo para el silencio y la reflexión. Lo que está pasando en Italia con la entrada en vigor del delito de inmigración clandestina es el último resultado de una política-espectáculo hipócrita y sin valor. Ojalá no se pierda la memoria de lo que hemos sido. Pueblo de emigrantes que sigue emigrando…

Mi abuelo Armando estuvo de minero en Bélgica. Como los 136 italianos que murieron en la mina de Marcinelle el 8 de agosto de 1956.

Aquí la maravillosa Una miniera (una mina) de los New Trolls, un mito del rock italiano de los setenta. La canción es de 1969.

C’è un tempo per le battute, uno per l’umorismo nero, uno per le vignette che con un sorriso amaro illuminano la realtà. Ma c’è un tempo anche per il silenzio e la riflessione. Quello che sta succedendo in Italia con l’entrata in vigore del reato di clandestinità è solo l’ultimo risultato di una politica-spettacolo ipocrita e senza valore.

Che non si perda la memoria di quello che siamo stati. Un popolo di emigranti che continua a emigrare…

Mio nonno Armando lavorò come minatore in Belgio. Come i 136 italiani che morirono l’8 agosto del 1956 nella miniera di carbone di Marcinelle.

Per chi la ricorda, e per chi no, la splendida Una Miniera dei New Trolls.

El mundo en la mano

25 Julio 2009

No me gusta escribir artículos en primera persona. Pero cuando, hace un mes, tuve que entregar un reportaje para la escuela, creo que, por primera vez, me costó mucho escribir en tercera lo que quería contar de mi día pasado con Carlos. Desde hace tiempo que quería escribir este post pero lo he dejado allí, a reposar. Por fin llego, después de un mes de silencio, y la mejor manera de retomar la senda es contar la historia de Carlos. Antes de ponerme a escribir he releído lo que tenía guardado en una de las desordenadas carpetas de mi ordenador. Tengo un borrador en primera persona y una versión oficial. La que pongo aquí es una mezcla de las dos. Y está escrita en primera persona. Un homenaje a Carlos y a lo que me enseñó.  Ah, este post sale de momento sólo en castellano. Porque ya es muy, muy largo. Pero también porque así nació y porqué Carlos, si podrá leerlo, lo tendrá más fácil.

En esta entrevista mi acento italiano no se nota. Ni se nota si llevo una chaqueta o voy más deportiva. Porque el mundo de Carlos no lo pintan ni los sonidos ni las imágenes. Él vive en la yema de sus dedos. Como otras 6.000 personas en España, Carlos es sordociego. Una realidad invisible la de una discapacitad que hasta hace tres años ni siquiera estaba reconocida con una definición propia. Las personas como Carlos o eran sordas o eran ciegas y su condición era considerada como la suma de la ceguera y de la sordera. Sin serlo. Porque lo que queda de un mundo sin sonidos ni imágenes no es el resultado de una pura resta.

Jesús describiéndole a Carlos la Plaza Mayor

Jesús describiéndole a Carlos la Plaza Mayor

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La noticia salió en el diario la Repubblica el pasado 13 de junio…desde entonces ha continuado a flotar en mi cabeza. El Ayuntamiento de Milán ha decidido que los hijos de los inmigrantes que no tienen los papeles en regla, no tienen derecho a las colonias de verano.

Como se lee en el artículo escrito por Zita Dazzi, si estos niños pueden asistir a las clases de la escuela obligatoria, organizada por el Estado, no pueden hacerlo – según el Ayuntamiento de Milán – en actividades recreativas y facultativas. Así, los hijos de los inmigrantes que van a clase durante el año, en julio tienen que quedarse en casa.

No es la primera vez que el Ayuntamiento aprueba estos tipos de normas. El año pasado intentó bloquear el acceso a la escuela infantil a los niños de los inmigrantes sin papeles…Pero la intervención de la fiscalía de Milán impidió que la norma colara

Esta última decisión me parece ahora otra evidente expresión de la ruina del tejido socio-cultural italiano. El encarnizamiento de los “italiani brava gente” sobre los inmigrantes ya ha sobrepasado todos los limites que la moral cattomediterranea impone: los niños no se tocan. Ahora ya se tocan también los niños.

Sono passati un po’ più di dieci giorni…ma la notizia che avevo letto sulla Repubblica il 13 giugno è rimasta a galleggiare nella testa….Il Comune di Milano ha deciso che i figli degli immigrati non in regola con i documenti non hanno diritto alle colonie estive. Come si legge nell’articolo di Zita Dazzi,

“Per partecipare al programma ‘Estate vacanza’ servono il  ‘permesso di soggiorno in regola con la normativa vigente, la fotocopia del documento di identità e del codice fiscale dei genitori’. A differenza delle lezioni durante l’anno, che sono considerate scuola dell’obbligo e sono organizzate dallo Stato, le attività educative e ricreative offerte a luglio, agosto e settembre, nelle scuole e nelle altre strutture comunali, sono servizi facoltativi, integrativi, gestiti dal Comune. Quindi, paradossalmente, ci sono bimbi immigrati che vanno a scuola durante l’anno, ma che a luglio devono restare a casa”.

L’anno scorso il comune ci aveva già provato con l’esclusione dei figli degli immigrati dalle scuole materne…Poi aveva dovuto fare marcia indietro dopo l’intervento del Tribunale di Milano…

Quando ho letto la notizia l’ho trovata l’ennesima espressione della lacerazione del tessuto sociale italiano. L’accanimento degli “italiani brava gente” sugli immigrati ha ormai passato i limiti che la morale cattomediterranea impone: i bambini non si toccano. Ormai si toccano anche i bambini.